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Facciamo finta che mi ami

Popolarità:
82
11 voti
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Inserito il:
gennaio 2024

Autore:
Elena Armas

Casa Editrice:
Newton Compton


Una festa di matrimonio in Spagna. Un fidanzato per l'occasione. Cosa potrebbe andare storto?

«L'esordio di Armas è un capolavoro... Gli amanti delle rom-com rimarranno inchiodati» – Publishers Weekly

«Se stai cercando una commedia romantica che ti rimarrà in testa per molto tempo dopo aver girato l'ultima pagina, questo è il libro che fa per te» – Cosmopolitan

«Elena Armas è la regina incontrastata della commedia romantica "steamy" e "slow burn". Un'estasi deliziosa» – Ali Hazelwood, autrice di The Love Hypothesis

 

La regola non era che mentire è concesso solo se può aiutare a tirarti fuori dai guai? Per molti sì, ma non per l'imbranatissima Catalina Martín. Lei è riuscita a infilarsi in un pasticcio di proporzioni incalcolabili, e invece di uscirne sembra sprofondare sempre più giù. Per darsi la zappa sui piedi le è bastato sapere che il suo ex fidanzato, Daniel, il bastardo per cui è scappata a New York dalla minuscola città spagnola dove è cresciuta, farà da testimone di nozze all'imminente matrimonio di sua sorella... accompagnato dalla stupenda nuova fidanzata. Al telefono Catalina è riuscita soltanto a dire che anche lei si presenterà con il suo bellissimo e innamoratissimo fidanzato americano. Peccato che lui... non esista! E adesso dove lo rimedia uno con cui fare colpo su parenti e amici e non vedersi umiliata davanti a tutta la sua famiglia? Le bugie sono come le ciliegie, una tira l'altra: così Catalina ha chiesto ad Aaron Blackford di fingersi il suo fidanzato in cambio di un viaggio in Spagna di tre giorni. Ma Aaron Blackford non è il collega-avversario che in ufficio la mette sempre in difficoltà e che lei detesta amabilmente? Proprio lui!

COME COMINCIA
«Ci vengo io al matrimonio con te».
Mai, neanche nei miei sogni – e, credetemi, ho una fervida immaginazione – avrei pensato di sentire quelle parole pronunciate dal proprietario di quella voce calda e morbida.
Guardai con attenzione la mia tazza di caffè, in cerca di eventuali residui di sostanze allucinogene che potessero spiegare l'accaduto. Ma niente.
Non c'era nulla. Solo quel che rimaneva del mio americano.
«Se ne hai un bisogno così disperato, ti faccio io da accompagnatore», ribadì la stessa voce profonda.
Alzai la testa, gli occhi sgranati. Ero sul punto di parlare, ma alla fine tenni la bocca chiusa.
«Rosie...», mormorai, bloccandomi subito però. «È davvero lui? Lo senti anche tu o qualcuno mi ha drogato il caffè?».
Rosie, la mia migliore amica e collega alla InTech, l'azienda di consulenza a New York dove ci eravamo conosciute e lavoravamo, annuì lentamente facendo oscillare i riccioli scuri, mentre sul viso dai lineamenti dolci si disegnava lo stupore. Abbassò la voce: «Sì, è lui ed è proprio qui». Sbirciò alle mie spalle. «Ciao, buongiorno!», lo salutò in tono allegro, per poi tornare a guardarmi in viso. «Giusto dietro di te».

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